Le Terre Rare rappresentano uno dei temi più strategici dell’economia globale contemporanea. Si tratta di un gruppo di 17 elementi chimici (i lantanidi, lo scandio e l’ittrio) che, nonostante il nome, non sono rari in senso assoluto ma risultano estremamente difficili da estrarre e processare in concentrazioni economicamente sostenibili. Questa relazione ne analizza le dimensioni geopolitiche, economiche, finanziarie e ambientali, con l’obiettivo di fornire uno strumento di analisi integrato.
I risultati principali dell’analisi si articolano in quattro punti:
Il termine ‘terre rare’ (Rare Earth Elements, REE) designa 17 elementi chimici: i 15 lantanidi della tavola periodica (dal lantanio al lutezio, numeri atomici 57-71), più lo scandio (Z=21) e l’ittrio (Z=39), inclusi per analogia di proprietà chimiche e applicazioni. Si distingue convenzionalmente tra terre rare leggere (LREE: lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, samario) e terre rare pesanti (HREE:gadolinio, terbio, disprosio, erbio, itterbio, lutezio, ittrio). Le HREE sono più rare, più costose e più critiche per le applicazioni ad alta tecnologia.
Il nome ‘rare‘ è storicamente fuorviante: cerio e lantanio sono più abbondanti nella crosta terrestre del rame. Il problema non è la scarsità assoluta, ma la concentrazione geologica: i giacimenti raramente raggiungono tenori di mineralizzazione economicamente sfruttabili, e la lavorazione chimica per separare i singoli elementi è complessa, costosa e ambientalmente impattante.
Le terre rare sono insostituibili in una vasta gamma di applicazioni ad alta tecnologia. I magneti permanenti a base di neodimio-ferro-boro (NdFeB), ovvero i più potenti magneti commercialmente disponibili, si trovano in ogni motore elettrico ad alte prestazioni, dalle turbine eoliche agli veicoli elettrici.
Disprosio e terbio vengono aggiunti per stabilizzarne le proprietà ad alta temperatura. Nell’elettronica, il cerio è essenziale come abrasivo per la lucidatura dei wafer di silicio; europio e terbio producono la luminescenza nei LED. In campo militare, le applicazioni includono sistemi di guida missilistica, radar AESA, sonar e laser.
Tabella 1 – Principali terre rare e applicazioni industriali (Fonte: elaborazione su dati USGS, 2026)
La Cina detiene circa il 60% delle riserve mondiali accertate e produce il 68% dell’output globale di terre rare grezze (USGS, 2026). Ma la vera leva strategica è a valle: Pechino controlla circa l’88% della capacità mondiale di raffinazione e separazione, il che significa che i minerali estratti altrove vengono spesso inviati in Cina per essere processati, cedendo valore aggiunto e creando dipendenza anche per i paesi produttori.
Questa posizione non è il risultato di un vantaggio naturale e geografico, ma di una strategia industriale deliberata avviata negli anni ’80 sotto Deng Xiaoping. Per decenni, sussidi statali massivi, standard ambientali bassi e prezzi artificialmente compressi hanno costituito una forma sistematica di dumping che ha reso la concorrenza occidentale antieconomica. L’OCSE stima che i sussidi cinesi all’industria delle terre rare abbiano superato i 600 miliardi di dollari cumulati tra il 1995 e il 2020. La miniera californiana di Mountain Pass (leader mondiale negli anni ’80) chiuse nel 2002 proprio a causa di questa pressione e riaprì solo nel 2017.
Nel 2010, durante la disputa territoriale con il Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu, la Cina bloccò de facto le esportazioni verso Tokyo. I prezzi esplosero, ad esempio il disprosio passò da 120 a 2.200 $/kg in 18 mesi. Nel 2014, la WTO condannò le restrizioni cinesi all’export come incompatibili con le regole del commercio internazionale. La Cina ha risposto consolidando il controllo attraverso altri strumenti: riduzione del numero di produttori autorizzati da centinaia a meno di venti grandi gruppi statali, e limiti di produzione presentati formalmente come misure ambientali.
Nel 2025, in risposta alle restrizioni americane sui semiconduttori, la Cina ha ulteriormente ristretto le licenze di esportazione per alcune terre rare pesanti, confermando di trattare questi materiali come leva geopolitica (Michigan Journal of Economics, 2026).
Figura 1 – Quota di mercato nell’estrazione e nella raffinazione globale delle terre rare (2024). Fonte:
elaborazione su dati USGS (2026) e Adamas Intelligence (2026).
L’Africa è diventata il principale teatro della competizione geopolitica per le terre rare. La Cina vanta un vantaggio strutturale di oltre vent’anni attraverso il FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation) e la Belt and Road Initiative: ha costruito relazioni diplomatiche, prestiti infrastrutturali e accordi di approvvigionamento che le garantiscono accesso privilegiato alle risorse del continente. In Tanzania, Madagascar e Namibia, aziende cinesi sono spesso le uniche in grado di offrire il pacchetto completo: finanziamenti, infrastrutture e
mercato di sbocco garantito.
USA e UE si muovono in ritardo ma con crescente determinazione. Il Minerals Security Partnership (MSP) del 2022, che riunisce 14 paesi, e la Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII) del G7, che intende mobilitare 600 miliardi di dollari entro il 2027, competono direttamente con la BRI cinese. L’UE ha invece puntato su partenariati bilaterali con Namibia, Rwanda e Kazakhstan ,offrendo standard di governance più trasparenti come elemento di differenziazione.
Una frontiera ancora inesplorata è quella dei fondali oceanici. I noduli polimetallici nella Zona Clarion-Clipperton del Pacifico contengono concentrazioni significative di terre rare. L’ISA ha rilasciato decine di licenze esplorative (in maggioranza detenute dalla Cina) ma lo sfruttamento commerciale non è ancora iniziato per costi tecnologici elevati e forti opposizioni ambientali da Francia, Germania e stati insulari del Pacifico.
L’Unione Europea ha risposto con il Critical Raw Materials Act (CRMA) del 2023, che fissa obiettivi vincolanti: entro il 2030, almeno il 10% del fabbisogno europeo di materie prime critiche da estrazione domestica, il 40% da raffinazione interna e il 15% da riciclo (European Commission, 2025). Gli USA hanno inserito le terre rare nei materiali critici per la difesa e finanziano capacità estrattive e di raffinazione attraverso il Defense Production Act. Il Giappone, dopo il trauma del 2010, ha sviluppato la gestione del rischio terre rare più sofisticata tra le economie avanzate: accordi di lungo periodo con Australia e India, riserve strategiche fisiche, e intensa ricerca su efficienza d’uso e sostituzione.
L’evoluzione del mercato delle terre rare al 2035 deve essere interpretata attraverso la magnitudo economica dei comparti industriali che ne guidano l’adozione, mercati il cui valore aggregato è destinato a ridisegnare gli equilibri del PIL mondiale. Il settore della mobilità elettrica, che si proietta verso una capitalizzazione di mercato superiore ai 2.500 miliardi di dollari entro il 2035 con un CAGR stimato del 17,8%, rappresenta l’epicentro di questa trasformazione; in questo contesto, la domanda di efficienza magnetica cessa di essere una variabile
tecnica per diventare il vincolo fisico alla crescita di un’industria da trilioni di dollari. Parallelamente, l’infrastruttura globale per le energie rinnovabili, con un valore di mercato atteso di oltre 2.100 miliardi di dollari e un tasso di crescita annuale del 9,2%, sta spostando i flussi di capitale verso tecnologie a elevata intensità di materiali, dove la densità energetica e la riduzione dei costi operativi delle turbine offshore dipendono direttamente dalla stabilità delle forniture di elementi critici.
Infine, l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale e della robotica avanzata, un megatrend che punta a superare una valutazione di 1.800 miliardi di dollari già entro il 2030 con un CAGR esponenziale del 37,3%, impone una nuova gerarchia economica dei materiali. In questo scenario, il controllo dei processi di raffinazione necessari per la produzione di semiconduttori e micro-attuatori magnetici non è più solo una questione industriale, ma funge da moltiplicatore geopolitico del valore tecnologico globale, rendendo questi mercati i principali arbitri della domanda di terre rare per il prossimo decennio. La convergenza di questi tre settori, che insieme rappresentano una forza economica da oltre 6.000 miliardi di dollari, garantisce che la pressione sulla domanda rimarrà elevata
indipendentemente dalle oscillazioni dei prezzi nel breve periodo, consolidando lo shortage strutturale come la sfida macroeconomica dominante del 2035.
Per queste motivazioni L’IEA (2025/2026) prevede una crescita della domanda di neodimio di 6-7 volte entro il 2040 rispetto ai livelli del 2024. Un veicolo elettrico richiede mediamente 1-2 kg di magneti NdFeB nel motore, contenenti circa 600-700 grammi di neodimio-praseodimio (NdPr) più piccole quantità di disprosio e terbio. Una turbina eolica offshore da 10 MW contiene fino a 4
tonnellate di magneti permanenti.
Figura 2 – Domanda globale proiettata di terre rare per settore di utilizzo (2024–2040), in migliaia
di tonnellate. Fonte: elaborazione su scenari IEA Global Critical Minerals Outlook (2025/2026) e
Adamas Intelligence (2026).
Il rischio di squilibrio tra domanda e offerta è reale e riconosciuto da tutti i principali organismi internazionali. Il problema è qualitativo oltre che quantitativo: la domanda crescente riguarda in modo sproporzionato le HREE (disprosio, terbio), la cui produzione è concentrata e difficile da scalare rapidamente. Aprire una nuova miniera richiede 10-15 anni dall’esplorazione alla produzione commerciale, il che significa che le decisioni di investimento per soddisfare la domanda del 2035 devono essere prese oggi. Il ritardo dell’Occidente nella costruzione di capacità alternative rispetto alla Cina si misurerà in anni di dipendenza ancora strutturale (Innovation News Network, 2025).
L’estrazione e la lavorazione delle terre rare è tra le attività più impattanti dal punto di vista ambientale, generando un paradosso al cuore della transizione energetica: i materiali necessari per il futuro verde si ottengono attraverso processi tutt’altro che sostenibili. I giacimenti sono spesso associati a minerali radioattivi (uranio, torio), generando fanghi che richiedono stoccaggio specializzato. La lavorazione idrometallurgica richiede grandi quantità di acidi forti e produce mediamente 1.000 – 1.400 tonnellate di rifiuti per ogni tonnellata di terre rare separate. In Cina, decenni di standard ambientali bassi hanno lasciato un’eredità pesante nelle regioni estrattive dello Jiangxi.
Sul fronte ESG, il Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) europeo impone alle grandi aziende di certificare la sostenibilità lungo tutta la catena del valore, incluse le materie prime. Questo crea pressione sui procurement manager dell’automotive e dell’elettronica europei, e paradossalmente potrebbe avvantaggiare i produttori occidentali, con costi più alti ma pratiche più certificabili, rispetto ai competitor cinesi e birmani.
Un caso emblematico è quello di Volkswagen, che nel 2023 ha dovuto riconfigurare parte della sua catena di approvvigionamento per magneti NdFeB dopo che un audit interno ha rilevato l’impossibilità di certificare le condizioni estrattive dei fornitori birmani. L’azienda ha successivamente stretto un accordo diretto con Lynas Rare Earths, accettando un costo unitario più elevato in cambio della tracciabilità completa richiesta dal CSDDD.
Il riciclo delle terre rare è oggi marginale (meno del 5% del fabbisogno globale) in quanto la raccolta e separazione dai RAEE costa più dell’estrazione primaria in Cina. D’altra parte, rappresenta la frontiera più promettente per ridurre la dipendenza dall’ordinario approvvigionamento attraverso politiche di raccolta mirate a rendere positivo il ROI, come “carbon-tax” o sussidi per la circolarità. La Commissione Europea stima che entro il 2050 il 40% del fabbisogno europeo potrebbe essere soddisfatto da materiale riciclato.
A differenza di oro, rame o nichel, le terre rare non hanno un mercato finanziario standardizzato con prezzi quotati in borsa su piattaforme come il London Metal Exchange. I prezzi vengono negoziati bilateralmente tra produttori e acquirenti con scarsa trasparenza; i benchmark sono pubblicati da agenzie specializzate come lo Shanghai Metals Market (SMM) e Asian Metal, ma riflettono transazioni spot in mercati illiquidi. Questa struttura rende impossibile coprire il rischio di prezzo attraverso strumenti derivati standardizzati in quanto non esistono futures o opzioni su terre rare su mercati regolamentati e ciò favorisce conseguentemente la Cina, che può influenzare i prezzi attraverso strumenti amministrativi non trasparenti.
La storia dei prezzi delle terre rare è una delle più straordinarie nei mercati delle commodity mondiali. Tra il 2009 e il 2011, innescati dalla combinazione di restrizioni cinesi all’export, speculazione finanziaria e panico industriale, i prezzi subirono variazioni senza precedenti: il disprosio passò da circa 120 $/kg nel 2009 a oltre 2.200 $/kg nel luglio 2011 (+1.733%); il neodimio da 15 a 300 $/kg (+1.900%); il terbio da 400 a 3.000 $/kg (+650%). Il collasso successivo fu altrettanto rapido: tra il 2012 e il 2015, i prezzi tornarono quasi ai livelli pre-crisi, travolti dalla recessione della domanda industriale e dalla fine della speculazione. Molti progetti minerari avviati sulla scia dei prezzi elevati diventarono non economici e furono abbandonati, inclusa Mountain Pass nel 2015.
Tabella 2 – Variazioni di prezzo durante il ciclo speculativo 2009-2011. Fonte: Asian Metal; SMM – REE Price Index.
Per gli investitori retail, l’accesso diretto al mercato fisico delle terre rare è praticamente impossibile. Le opzioni principali sono tre. La prima è l’equity di società minerarie quotate: MP Materials (NYSE: MP), principale produttore nordamericano con la miniera di Mountain Pass, sta investendo in capacità di raffinazione e produzione di magneti per diventare un fornitore integrato per il mercato USA; Lynas Rare Earths (ASX: LYC), l’unico produttore di scala significativa al di fuori della Cina, con la miniera di Mt. Weld in Australia e raffinazione in Malaysia, gode di contratti di lungo periodo con il governo giapponese. La seconda opzione è l’ETF tematico REMX (MVIS Global Rare Earth/Strategic Metals Index), che monitora le performance delle società quotate nel settore. La terza è la partecipazione indiretta attraverso produttori di EV e turbine eoliche che beneficerebbero di catene di approvvigionamento più sicure.
I dati comparativi sui costi di produzione (All-In Sustaining Cost, AISC) delle principali miniere globali evidenziano significative differenze competitive (S&P Global Market Intelligence, 2025). MP Materials opera a un AISC stimato intorno a 50-55 $/kg di NdPr (composto di Neodimio e Praseodimio estratto naturalmente e spesso venduto come Ossido, costituisce il benchmark del mercato in quanto fondamentale per la produzione dei magneti permanenti; per i settori vedi Tabella 1); Lynas si attesta intorno a 55-62 $/kg; un nuovo progetto occidentale greenfield, che deve sostenere costi di permitting, standard ambientali e CAPEX più elevati, difficilmente scende sotto gli 80-90 $/kg. A titolo di riferimento, Energy Fuels Inc. ha pubblicato nel gennaio 2026 un technical report su un impianto di lavorazione occidentale con un CAPEX dichiarato di circa 410 milioni di dollari e un IRR post-tasse del 33% al prezzo attuale di mercato.
Il prezzo corrente del NdPr Oxide si attesta intorno ai 100 $/kg (febbraio 2026). Questo livello è sufficiente per rendere profittevoli i produttori a basso costo come MP Materials e Lynas, ma rimane al di sotto della soglia di redditività per molti nuovi progetti occidentali, il che spiega perché gli incentivi e le garanzie governative siano un prerequisito per lo sviluppo di supply chain alternative.
Investire nel settore espone a una combinazione specifica di rischi. Il rischio geopolitico è il più rilevante: nuove restrizioni cinesi all’export potrebbero far esplodere i prezzi nel breve ma destabilizzare l’industria nel medio periodo, come il ciclo 2011-2015 dimostra. Il rischio di progetto è strutturalmente alto: storicamente, meno del 5% dei progetti minerari annunciati raggiunge la produzione commerciale nei tempi e costi preventivati. Il rischio tecnologico va nella direzione opposta: innovazioni nei motori senza magneti permanenti potrebbero ridurre la domanda in modo imprevisto nel lungo periodo. Infine, il rischio ESG è crescente con la diffusione del CSDDD europeo, che può penalizzare le supply chain con tracciabilità insufficiente. Guardando ai cicli precedenti, come quello del litio e del cobalto tra il 2017 e il 2022 e quello delle terre rare stesse nel 2011, emerge con chiarezza che nei mercati dei minerali critici la selezione del timing e del singolo emittente è molto più determinante che in mercati maturi. Gli investitori entrati nella fase speculativa hanno subito perdite significative; quelli con posizioni di lungo periodo in aziende a basso costo operativo e posizionamento strategico hanno ottenuto rendimenti positivi.
All’orizzonte del 2035, il mercato delle terre rare attraverserà una fase di espansione strutturale senza precedenti, trasformandosi in un pilastro dell’economia globale. Il valore globale del mercato è proiettato a raggiungere circa 12,6 miliardi di dollari entro la fine del decennio, con stime ancora più aggressive che vedono il solo segmento dell’ossido di Neodimio-Praseodimio (NdPr) toccare i 15,3 miliardi di dollari. Se si considera l’intero valore dei materiali consumati esclusivamente per la transizione energetica, la cifra potrebbe decuplicare rispetto ai livelli del 2022, superando i 36 miliardi di dollari.
Questa crescita è tuttavia minacciata da un rischio di shortage strutturale critico. La domanda di terre rare magnetiche è destinata a triplicare entro il 2035, ma l’offerta fatica a tenere il passo. Senza nuovi massicci investimenti estrattivi, si prevede un deficit globale di circa 60.000 – 68.000 tonnellate di materiali magnetici (NdPr) entro il 2035, pari a circa il 30% della domanda proiettata. Questo “collo di bottiglia” fisico detterà la volatilità dei prezzi e la sicurezza delle catene di approvvigionamento occidentali. Per analizzare le possibili traiettorie di prezzo e rendimento in questo contesto di scarsità, la nostra analisi si articola in tre scenari distinti.
Scenario base (più probabile): La Cina mantiene una posizione dominante ma non esclusiva. Le iniziative occidentali producono risultati incrementali, come nuove miniere in USA, Australia e Canada e una crescita della capacità di raffinazione fuori dalla Cina, ma non eliminano la dipendenza strutturale entro il 2030. I prezzi mostrano una tendenza moderatamente al rialzo con episodi di volatilità legati a tensioni geopolitiche o politiche di export cinesi.
Scenario rialzista (crisi di offerta): Un’escalation delle tensioni geopolitiche o una nuova restrizione sistematica delle esportazioni cinesi potrebbe replicare, su scala molto maggiore, l’episodio 2010 – 2011. I produttori alternativi vedono un’accelerazione massiccia degli investimenti, ma il lag temporale di 10-15 anni per aprire nuove miniere garantisce un periodo prolungato di shortage e prezzi molto elevati. Questo scenario, disruptivo nel breve, potrebbe paradossalmente accelerare la costruzione di supply chain alternative nel lungo periodo.
Scenario ribassista (sostituzione tecnologica): Innovazioni nei motori elettrici senza magneti permanenti e nelle chimiche delle batterie riducono la domanda di terre rare in modo significativo. La probabilità nel breve termine è limitata, poiché i magneti NdFeB mantengono vantaggi di densità di potenza difficili da replicare, ma su un orizzonte di 15-20 anni questo scenario diventa più rilevante.
Per comparare i diversi scenari introdotti utilizziamo i prezzi stimati per alcuni degli elementi e composti di riferimento.
Le terre rare sono al cuore di una delle transizioni più importanti della storia economica recente: il passaggio a un sistema energetico decarbonizzato e a un’economia digitale. La loro importanza strategica è destinata ad aumentare per almeno il prossimo decennio, rendendo la gestione delle loro supply chain una questione di sicurezza nazionale oltre che di efficienza economica.
Per l’economista, le terre rare offrono un caso di studio esemplare: monopolio naturale costruito artificialmente attraverso il dumping, fallimento del mercato nell’allocazione efficiente delle risorse critiche, esternalità ambientali sistematicamente non prezzate, e tensione irrisolta tra ottimizzazione del costo e resilienza delle catene produttive. Le decisioni di policy dei prossimi anni, in materia di sussidi, standard ambientali, accordi bilaterali e investimenti in R&S, determineranno chi controllerà i materiali che alimentano la transizione verde e la rivoluzione digitale. Il posizionamento attuale suggerisce che la risposta, ancora per molti anni, si chiamerà Cina.
Bibliografia:
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International Seabed Authority (ISA). (2013). Deep-sea minerals: a physical, biological, environmental and technical review. ISA Technical Study No. 12.
https://www.isa.org.jm/deep-sea-minerals-technical-study-12
Adamas Intelligence. (2026). Rare Earth Magnet Market Outlook to 2040.Toronto.
https://www.adamasintel.com/reports/rare-earth-magnet-market-outlook-2040
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https://www.sec.gov/edgar/browse/?CIK=0000908821&owner=exclude
Shanghai Metals Market (SMM). REE Price Index. https://www.smm.cn
MVIS Global Rare Earth/Strategic Metals Index (REMX). VanEck Associates, New York. https://www.vaneck.com/global/etf/remx/
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https://www.oecd.org/industry/government-support-in-industrial-sectors.htm