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Il Private Equity e Venture Capital in Italia: Analisi di mercato, trend e opportunità (2025/2026)

Executive Summary

Il mercato italiano del Private Equity (PE) e del Venture Capital (VC) nel biennio 2025/2026 si presenta come un sistema a due velocità, capace di generare segnali tanto incoraggianti quanto sfide strutturali che richiedono un’analisi approfondita.

Da un lato, il Venture Capital ha vissuto un anno straordinario: secondo il Barometro EY, il 2025 ha superato la soglia degli 1,5 miliardi di euro di investimenti totali, con il segmento early stage che, stando ai dati dell’Osservatorio VeM, ha sfiorato i 2,3 miliardi, segnando nuovi record storici. L’ecosistema startup italiano ha finalmente iniziato a maturare, con una pipeline di deal di qualità crescente e la comparsa dei primi veri “mega-deal” in settori ad alta intensità tecnologica come il Deep Tech e l’Healthcare digitale.

Dall’altro lato, il Private Equity tradizionale ha affrontato un momento di chiaroscuro, per usare la terminologia adottata dai report AIFI & PwC di marzo 2026. La raccolta fondi ha subito una frenata significativa, con una contrazione di quasi il 46% rispetto all’anno precedente, imputabile principalmente all’incertezza macroeconomica e al prolungato ciclo di tassi d’interesse elevati che ha compresso i multipli di valutazione e reso più oneroso il ricorso alla leva finanziaria. Tuttavia, il segmento mid-market ha dimostrato una resilienza notevole, confermandosi l’ossatura del PE italiano.

In questo contesto, tre macro-tendenze emergono con forza: 

1. La centralità dei criteri ESG come driver di valore e non più mero adempimento normativo;

2. Il dominio del Software e del Deep Tech nei portafogli dei fondi più dinamici;

3. La rilevante crescita del Private Debt come classe di attivi alternativa. La sua attuale attrattività è alimentata dal razionamento del credito bancario: a fronte di requisiti patrimoniali sempre più stringenti (Basilea IV) che limitano l’erogazione tradizionale, il Private Debt offre alle imprese flessibilità strutturale e rapidità di esecuzione, colmando il gap di finanziamento per operazioni di crescita e buyout.

Figura 1 – Fonte: AIFI/PwC, Il Mercato Italiano del Private Equity e Venture Capital, 2025; EY, Venture Capital Barometer Italia, gennaio 2026; AIFI–LIUC, Rapporto VeM™ Italia, 2025.

1. Venture Capital: un Anno da Record

1.1 Il Boom degli Investimenti nel 2025

Come già brevemente anticipato, l’anno 2025 ha segnato il passaggio del Venture Capital italiano da un mercato di nicchia a un ecosistema capace di mobilitare oltre 2,3 miliardi di euro, considerando anche i segmenti seed ed early stage. Questa crescita non è distribuita in modo uniforme, ma riflette una precisa specializzazione settoriale che rende l’Italia competitiva su scala europea.

Analizzando la scomposizione del deal flow (composto da 419 round complessivi), emerge la centralità di due pilastri fondamentali: 

  • Healthcare Tech: si conferma il settore più attivo per numerosità, con 115 round che rappresentano oltre il 27% delle operazioni totali del sistema Italia.
  • Deep Tech: è il comparto più capital-intensive, con 93 round (circa il 22% del totale) e un volume di investimenti che ha raggiunto i 413 milioni di euro.

 

Seguono il settore Health & Life Science (357 milioni di euro) e il Software & Digital Services (266 milioni di euro), delineando una pipeline di investimenti sempre più orientata verso l’alta tecnologia e la scalabilità operativa.

Quali fattori hanno alimentato questa crescita? Emergono dall’analisi tre driver principali:

  1. Maturazione dell’ecosistema: una generazione di fondatori, formatasi nelle prime ondate del VC italiano, ha acquisito l’esperienza necessaria per costruire aziende scalabili con metriche appetibili per investitori internazionali.
  2. Maggiore presenza di fondi stranieri: investitori americani e nordeuropei sono sempre più disposti a guidare round di Serie B e C in realtà italiane che dimostrano una solida traction internazionale.  Quest’ultima viene oggi validata attraverso metriche rigorose: la crescita dei ricavi esteri (International Revenue CAGR), il raggiungimento di una quota critica di utenti o clienti enterprise fuori dal mercato domestico e l’avvenuta espansione geografica in mercati competitivi come gli USA o l’area DACH.
  3. Effetto catalizzatore degli incentivi pubblici: l’intervento di CDP Venture Capital SGR e i programmi del PNRR hanno ridotto il rischio percepito, agendo da volano per l’attrazione di capitali privati nazionali ed esteri.

1.2 I Mega-Deal e i Settori Trainanti

La vera novità qualitativa del 2025 è l’emergere dei cosiddetti mega-deal, intesi come round di finanziamento superiori ai 50 milioni di euro, un fenomeno quasi assente nel mercato italiano fino al 2022-2023. Queste operazioni, seppur ancora numericamente limitate rispetto ai benchmark europei di Francia e Germania, segnalano una professionalizzazione del mercato e la capacità delle startup più solide di attrarre capitali di crescita.

Sul fronte settoriale, due ambiti dominano la classifica per volume e numero di deal:

  1. Deep Tech: Comprende intelligenza artificiale, quantum computing e robotica. Un esempio concreto di questa tendenza è rappresentato da Energy Dome, che ha raccolto ed investito capitali significativi per la sua tecnologia di accumulo energetico a CO2, o dalle operazioni legate alla logistica spaziale, confermando l’Italia come polo d’eccellenza per le tecnologie “di frontiera” applicate all’industria;
  2. Healthcare e MedTech: La convergenza tra digitale e scienze della vita ha creato opportunità altamente difendibili. Un caso emblematico è quello di Medical Microinstruments (MMI), che attraverso un mega-deal da oltre 100 milioni di dollari per la sua piattaforma di micro-robotica chirurgica, ha dimostrato come la combinazione di hardware avanzato e brevetti solidi sia un driver fondamentale per attrarre fondi di VC globali.

 

A fare da sfondo a questi investimenti, il Fintech – seppur in fase di consolidamento post-boom – e il CleanTech, settore in forte espansione grazie agli obiettivi di decarbonizzazione del piano REPowerEU e alla domanda di soluzioni di efficienza energetica da parte delle imprese italiane.

Figura 2 – I primi cinque settori per ammontare investito (€m). I dati si riferiscono al mercato italiano; fonte: EY Venture Capital Barometer Italia 2025 (Gennaio 2026)

2. Private Equity: Resilienza e Sfide

2.1 Una Raccolta Fondi in Frenata

Il quadro del Private Equity italiano, fotografato dai dati AIFI & PwC Italia nel report di Marzo 2026, è quello di un mercato che affronta una congiuntura difficile pur mantenendo solide fondamenta. Il dato più allarmante riguarda la raccolta di nuovi capitali (fundraising): con una contrazione di quasi il 46% rispetto all’anno precedente, il mercato ha subito il colpo più severo degli ultimi anni.

 

Le cause sono molteplici e interconnesse. In primis, la prolungata stretta monetaria della BCE, che ha mantenuto i tassi su livelli elevati per gran parte del 2025, ha avuto un doppio effetto negativo: da un lato ha reso meno conveniente l’uso della leva finanziaria nei buyout, comprimendo i rendimenti attesi e quindi l’attrattività della asset class per gli investitori istituzionali (LP); dall’altro ha aumentato il costo-opportunità del capitale, con bond governativi e obbligazioni corporate che offrono rendimenti comparabili con rischi strutturalmente inferiori.

 

A questo si aggiunge l’incertezza geopolitica persistente – il conflitto in Ucraina, le tensioni commerciali transatlantiche e la volatilità delle catene di approvvigionamento – che ha spinto molti Limited Partners a rimandare o ridurre i commitment verso fondi chiusi illiquidi, privilegiando strategie più flessibili.

2.2 Il Mid-Market Italiano Resiste

Eppure, nel complesso, emergono segnali inequivocabili di resilienza. Il mercato mid-market italiano – convenzionalmente definito come operazioni con Enterprise Value compreso tra 20 e 500 milioni di euro – ha continuato a generare deal flow di qualità, fonte di una caratteristica strutturale unica: la straordinaria densità di PMI familiari eccellenti, spesso leader di nicchia a livello globale, che si trovano a gestire passaggi generazionali o necessità di internazionalizzazione.

 

Il modello di investimento che ha dimostrato maggiore tenuta è quello delle piattaforme di build-up: un fondo acquisisce una società capostipite (la cosiddetta “platform) e procede ad aggregare competitors o fornitori, creando economie di scala e un soggetto più grande e più strutturato, pronto per una successiva quotazione in borsa o per essere ceduto a un operatore industriale o a un fondo di maggiori dimensioni. Questo approccio si è rivelato particolarmente efficace nei settori della distribuzione specializzata, dei servizi alle imprese e dell’healthcare ambulatoriale.

Figura 3.1 – Fonte: AIFI/PwC, Il Mercato Italiano del Private Equity e Venture Capital, 2025.

Figura 3.2 – Fonte: AIFI/PwC, Il Mercato Italiano del Private Equity e Venture Capital, 2025.

2.3 L'Ascesa del Private Debt

In questo contesto, uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi due anni è la significativa crescita del Private Debt come classe di attivi autonoma e complementare. La sua affermazione non è casuale, ma risponde a un preciso vuoto di mercato: con il sistema bancario tradizionale sempre più vincolato da requisiti patrimoniali stringenti (Basilea IV) e rallentato da iter deliberativi rigidi, le banche si sono dimostrate meno propense a finanziare operazioni complesse, come i leveraged buyout o piani di M&A aggressivi.

Di conseguenza, i fondi di debito privato si sono inseriti per colmare questa lacuna, offrendo capitali su misura per le PMI italiane attraverso due principali tipologie di strumenti, distinti per struttura e profilo di rischio/rendimento:

  • Direct Lending (Senior Debt): Strumenti di debito privilegiato che si sostituiscono o affiancano al credito bancario. Presentano un profilo di rischio più contenuto e offrono agli investitori rendimenti stabili (generalmente a tasso variabile), con strutture pensate per garantire flussi di cassa regolari e prioritari in caso di liquidazione.
  • Mezzanine Finance: Strumenti ibridi e subordinati (vengono rimborsati solo dopo il debito senior). A fronte di un rischio maggiore, offrono rendimenti decisamente più elevati (spesso a doppia cifra) e integrano frequentemente un equity kicker (opzioni o warrant per convertire parte del debito in quote societarie), permettendo al fondo di partecipare all’upside in caso di vendita o quotazione dell’azienda.
 

Questi strumenti sono diventati interlocutori fondamentali perché offrono alle aziende vantaggi specifici, posizionandosi esattamente a metà strada tra il credito bancario e l’equity puro:

  • Rispetto al credito bancario (Flessibilità e Rapidità): I fondi di Private Debt non sono soggetti alla stessa vigilanza regolamentare delle banche. Questo garantisce una rapidità di esecuzione vitale nelle operazioni competitive e una flessibilità strutturale impareggiabile: i piani di rimborso possono essere personalizzati ( prestiti bullet in cui il capitale viene rimborsato tutto alla scadenza), adattandosi ai reali flussi di cassa dell’azienda in crescita.
  • Rispetto al Private Equity (Governance e Diluizione): A differenza del PE tradizionale, che richiede l’acquisto di quote societarie (diluizione dei soci storici) e l’ingresso attivo nel Consiglio di Amministrazione, il Private Debt è molto meno intrusivo nella governance. L’imprenditore ottiene i capitali per scalare mantenendo il pieno controllo strategico, a patto di rispettare precisi parametri finanziari di garanzia (covenant).
  • Rispetto al Venture Capital (Maturità e Diluizione): Mentre il VC finanzia startup ad alto rischio acquisendo ampie quote azionarie, il Private Debt si rivolge a scale-up e PMI con flussi di cassa già positivi e consolidati, offrendo capitali per finanziare la crescita senza l’estrema diluizione tipica dei round di Venture.
 

Per gli investitori istituzionali, questa asset class offre rendimenti a spread interessanti rispetto ai mercati pubblici, con profili di rischio/rendimento spesso più prevedibili rispetto all’azionario. Non a caso Bain & Company, nel suo outlook 2026, identifica il Private Debt come il segmento con le migliori prospettive di crescita all’interno dell’intero universo del private capital in Europa, con l’Italia che presenta un gap di penetrazione significativo rispetto a Francia e UK, e quindi un upside potenziale considerevole.

3. Casi Studio 2025: L'Eccellenza Italiana tra Deep Tech e Software

I dati aggregati delineano le macro-tendenze del mercato, ma è attraverso l’analisi dei singoli “champion” nazionali che si comprende appieno il salto di qualità compiuto dal Private Capital in Italia. I casi di D-Orbit e Bending Spoons rappresentano due facce della stessa medaglia: da un lato, l’innovazione capital-intensive di frontiera (Deep Tech); dall’altro, l’ingegneria finanziaria e la scalabilità esponenziale del software (Growth Capital).

3.1 D-Orbit: Leadership nel "New Space" e Round di Serie C

In questo scenario, la traiettoria di D-Orbit si impone come il punto di riferimento indiscusso per l’industria spaziale globale. L’azienda di Fino Mornasco – leader nella logistica orbitale e pioniera dei servizi di trasporto spaziale “ultimo miglio” – ha dimostrato come la combinazione di eccellenza ingegneristica e accesso strategico ai mercati dei capitali possa trasformare uno spin-off accademico in un player capace di dominare la nuova catena del valore della Space Economy.

Dopo aver chiuso un round di Serie C da oltre 100 milioni di euro, con un’operazione guidata dalla multinazionale giapponese Marubeni Corporation e supportata da un sindacato di investitori istituzionali e specializzati come United Ventures, CDP Venture Capital e la European Investment Bank (EIB), D-Orbit ha utilizzato il 2025 per scalare drasticamente la propria infrastruttura operativa. L’operazione è stata citata dagli analisti come uno dei principali mega-deal dell’anno, segnando il passaggio definitivo dell’azienda dallo status di startup a quello di scale-up globale.

Per comprendere l’entità di questo salto dimensionale, è fondamentale analizzare i parametri operativi pre e post-round. Prima dell’iniezione di capitali, l’infrastruttura dell’azienda limitava i voli dell’ION Satellite Carrier a un numero ristretto di missioni annuali. Il round ha finanziato un’espansione fisica e operativa concreta: la frequenza delle missioni commerciali è raddoppiata, stabilizzando una vera e propria cadenza di lancio regolare. Inoltre, la capacità manifatturiera è stata profondamente potenziata attraverso l’ampliamento degli impianti produttivi presso l’headquarter di Fino Mornasco e il rafforzamento logistico delle filiali negli Stati Uniti e nel Regno Unito. A livello occupazionale, l’azienda ha registrato un incremento dell’organico superiore al 30%, integrando profili altamente specializzati nell’ingegneria aerospaziale.

La rilevanza di questo round, tuttavia, non risiede unicamente nel volume dei capitali raccolti, ma nella natura strategica della cap table che ne ha modificato il posizionamento di mercato. Qualitativamente, l’azienda è passata dall’essere un eccellente fornitore europeo a un prime contractor globale. L’ingresso di un colosso industriale come Marubeni, infatti, garantisce a D-Orbit un accesso diretto ai mercati dell’Asia-Pacifico (APAC), aprendo nuove pipeline commerciali per il suo prodotto di punta, l’ION Satellite Carrier. Questa piattaforma funge da “cargo spaziale”, offrendo un servizio di logistica dell’ultimo miglio che rilascia i satelliti dei clienti nelle loro orbite precise, riducendo drasticamente i tempi di messa a reddito degli asset spaziali (il cosiddetto time-to-revenue).

L’impegno congiunto di CDP Venture Capital ed EIB sottolinea, infine, un obiettivo di politica industriale di respiro continentale: garantire la sovranità tecnologica europea in un settore strategico come la Space Economy, tradizionalmente dominato da player statunitensi e asiatici.

3.2 Innovazione Radicale: Orbital Edge AI e "Space-as-a-Service"

Oltre alla logistica orbitale, il vero elemento di rottura tecnologica che ha giustificato le alte valutazioni nel settore spaziale nel 2025 è l’implementazione dell’Orbital Edge Computing. Con questo termine si definisce la capacità di elaborare dati direttamente nello spazio, a bordo del satellite, trasformando quest’ultimo da semplice raccoglitore passivo di informazioni in un vero e proprio data center orbitale.
Si tratta di un ambito in cui l’ecosistema italiano sta dimostrando un notevole vantaggio competitivo.

Fino a pochi anni fa, i satelliti operavano come meri “specchi” o raccoglitori di dati: acquisivano immagini terrestri o segnali e li inviavano grezzi alle stazioni di terra per l’elaborazione. Questo modello comportava enormi colli di bottiglia legati alla larghezza di banda e alla latenza. Grazie all’integrazione di microprocessori avanzati e Intelligenza Artificiale a bordo (Edge AI), aziende dell’ecosistema New Space come D-Orbit permettono oggi ai clienti di processare i dati direttamente in orbita.

In termini pratici, un satellite dotato di Edge AI non invia più a terra terabyte di foto grezze, ma trasmette solo un alert di pochi kilobyte indicando, ad esempio, il punto esatto di un principio di incendio. Le applicazioni di questa tecnologia sono dirompenti per settori ad alta criticità:

  1. Monitoraggio ESG e Climate Tech: Rilevamento in tempo reale di emissioni di metano, deforestazione o sversamenti illegali.
  2. Agricoltura di Precisione: Analisi immediata dello stress idrico delle colture.
  3. Difesa e Sicurezza: Elaborazione tattica dei dati per una risposta rapida a minacce geopolitiche.

 

Questa evoluzione ha sancito la transizione del settore verso un modello “Space-as-a-Service” (SpaaS). Le aziende clienti non devono più costruire e lanciare i propri satelliti; possono semplicemente “affittare” spazio a bordo delle infrastrutture di operatori spaziali avanzati, caricando il proprio software come si farebbe su un server cloud terrestre.

3.3 Bending Spoons: Il primo Decacorno italiano e la strategia di M&A globale

Se D-Orbit incarna la frontiera tecnologica e l’hardware, Bending Spoons rappresenta nel 2025 la consacrazione definitiva dell’Italia nel panorama del Growth Capital e del software su scala mondiale.

L’azienda milanese ha segnato un punto di svolta storico per l’ecosistema nazionale chiudendo un round di finanziamento late-stage da 710 milioni di dollari, portando la sua valutazione complessiva alla cifra record di 11 miliardi di dollari. Questo traguardo certifica Bending Spoons come il primo “decacorno” nato in Italia, abbattendo il pregiudizio secondo cui per costruire colossi del software sia obbligatorio trasferire gli headquarter in Silicon Valley.

Il successo clamoroso del 2025 è figlio di un’evoluzione strategica precisa. Nata come sviluppatrice di app mobile, Bending Spoons si è trasformata in una vera e propria holding tecnologica grazie a una strategia di M&A (Mergers & Acquisitions) tanto aggressiva quanto chirurgica. Il loro “playbook” prevede l’acquisizione di asset digitali storici ma sottoperformanti per poi integrarli nella propria piattaforma operativa.

Dopo aver rivitalizzato aziende come Evernote, Meetup e WeTransfer, il 2025 ha visto l’integrazione di asset iconici come AOL e Vimeo. Il valore aggiunto di Bending Spoons risiede nell’applicazione post-acquisizione del proprio arsenale di tecnologie proprietarie: motori di intelligenza artificiale predittiva per l’ottimizzazione della User Acquisition (UA), algoritmi per il testing continuo dell’elasticità del prezzo degli abbonamenti, e una drastica razionalizzazione dell’infrastruttura cloud. Questo modello permette di trasformare aziende in perdita in macchine genera-cassa con marginalità nette in linea con i migliori standard del software globale.

3.4 Finanza Strutturata: L'integrazione tra Equity e Debito nel Growth Capital

La particolarità del caso Bending Spoons, che lo rende un caso di studio imprescindibile per analizzare le dinamiche del Private Capital moderno, risiede nella sofisticazione della sua struttura finanziaria ibrida.

Le acquisizioni seriali del 2025 non si sono basate esclusivamente sull’iniezione di nuovo equity, ma hanno visto il supporto di un consorzio bancario internazionale e di grandi fondi di Private Debt, che hanno garantito linee di credito superiori ai 2,8 miliardi di dollari.

Questa ingegneria finanziaria riflette una delle macro-tendenze analizzate nel Capitolo 2: l’uso strategico della leva finanziaria (leverage) applicata ad aziende tecnologiche. Fino a pochi anni fa, le banche faticavano a finanziare il tech in quanto privo di “asset fisici” da usare come collaterale. Oggi, il mercato ha compreso che i Ricavi Ricorrenti Annuali (ARR) generati dai modelli di abbonamento software sono garanzie altrettanto, se non più, affidabili.

Le operazioni di Bending Spoons assumono i contorni di veri e propri Leveraged Buyout (LBO) tecnologici. La fiducia accordata all’azienda da investitori istituzionali e asset manager del calibro di T. Rowe Price, Baillie Gifford, Fidelity e fondi di debito specializzati, conferma che il mercato italiano è ormai percepito come “investable” a qualsiasi livello di complessità. Le competenze di advisory maturate dai professionisti di Milano e Roma sono oggi in grado di gestire operazioni di debito sindacato di dimensioni paragonabili ai grandi deal tipici della piazza di Londra o di Wall Street, chiudendo definitivamente il gap di credibilità del mercato italiano.

4. I Settori Vincenti e le Opportunità

4.1 ESG: dalla Compliance alla Value Creation

L’integrazione dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) nelle strategie di investimento non è più un optional: è diventata una condizione necessaria per accedere ai capitali dei grandi investitori istituzionali, fondi pensione e compagnie assicurative in particolare, sempre più vincolati da mandati di investimento responsabile. Nel contesto italiano del PE e VC, questo si traduce in due dinamiche concrete.

La prima riguarda la due diligence: i fund manager dedicano oggi risorse significative alla valutazione dei rischi ESG delle aziende target, sapendo che un profilo di sostenibilità debole può rappresentare un rischio regolatorio o reputazionale capace di erodere il valore dell’investimento nel medio termine. La seconda dinamica, e forse la più interessante, è la creazione attiva di valore ESG durante il periodo di detenzione: i fondi più sofisticati stanno implementando programmi strutturati di miglioramento delle performance ambientali e di governance nelle aziende in portafoglio, con l’obiettivo di ottenere un premium valutativo al momento dell’exit.

4.2 Software e Deep Tech: il Motore della Crescita

La domanda di soluzioni software verticali – ovvero applicazioni altamente specializzate per specifici segmenti industriali – continua a crescere a ritmi sostenuti, alimentata dalla necessità delle imprese italiane di digitalizzare processi produttivi, supply chain e customer experience. Questo crea un bacino di investimento per i fondi PE che acquisiscono software company a ricavi ricorrenti (ARR), con i tipici profili di alta marginalità e bassa intensità di capitale che le rendono ideali per strategie di buy-and-build.

 

Il Deep Tech, d’altro canto, rappresenta la frontiera più ambiziosa e più rischiosa del VC italiano. Le startup che sviluppano tecnologie abilitanti basate su intelligenza artificiale proprietaria, fotonica, nuovi materiali o biotech computazionale richiedono capital intensity elevata e cicli di sviluppo lunghi, ma potenzialmente generano posizioni competitive difficilmente replicabili (moats tecnologici). La presenza di poli accademici di eccellenza – Politecnico di Milano, Scuola Superiore Sant’Anna, IIT di Genova – fornisce un flusso continuo di spin-off con tecnologie brevettate.

Figura 4 – Trend Investimenti 2020-2025: L’ascesa del Deep Tech e dell’Healthcare nel Sistema Italia. Fonte: Osservatorio VeM / CDP Venture Capital

4.3 L'Impatto sull'Ecosistema Imprenditoriale Italiano

Al di là dei rendimenti finanziari, è fondamentale valutare l’impatto che PE e VC generano sull’economia reale italiana. I dati AIFI indicano che le aziende sostenute da fondi di Private Equity mostrano tassi di crescita del fatturato e dell’occupazione significativamente superiori alla media delle imprese comparabili non-backed. L’intervento di un fondo porta con sé non solo capitale, ma anche competenze manageriali, accesso a network internazionali e disciplina nei processi di governance.

Sul fronte occupazionale, le aziende in portafoglio dei fondi PE italiani hanno creato negli ultimi tre anni decine di migliaia di posti di lavoro qualificati, prevalentemente nelle regioni del Nord-Ovest e del Nord-Est, con una tendenza alla riqualificazione delle workforce verso profili digitali e tecnici. Il Venture Capital, dal canto suo, contribuisce alla creazione di nuovi campioni tecnologici e alla diversificazione del tessuto produttivo oltre il tradizionale manifatturiero, abbracciando economia digitale, bioeconomia e servizi avanzati.

Non va infine trascurato il fenomeno del consolidamento delle filiere: il PE, attraverso le strategie di aggregazione, sta contribuendo a creare operatori di dimensione europea in settori come la logistica specializzata, la distribuzione farmaceutica e i servizi HR, rimediando a quella frammentazione strutturale che da decenni penalizza la competitività del sistema-paese.

Bibliografia:

AIFI & PwC Italia (2026). Il Mercato Italiano del Private Equity, Venture Capital e Private Debt – Report Annuale, Marzo 2026. Milano: AIFI. https://www.aifi.it/ 

EY Italia (2025). Venture Capital Barometer Italia 2025. Roma: Ernst & Young. – https://www.innlifes.com/business/ey-venture-capital-barometer/ 

Osservatorio VeM — Venture & Private Equity Monitor (2025). Rapporto Annuale sul Mercato Italiano del VC e del PE. Milano: Università degli Studi di Milano-Bicocca. – https://rankiapro.com/it/insights/venture-capital-anno-scorso/ 

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CDP Venture Capital SGR (2025). Ecosistema VC Italia: Trend e Prospettive. Roma: Cassa Depositi e Prestiti. https://www.cdpventurecapital.it/ 

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Ansa. MMI raccoglie 110 milioni di dollari in un ciclo di finanziamento di serie ‘C’ https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/business_wire/2024/02/21/mmi-raccoglie-110-milioni-di-dollari-in-un-ciclo-di-finanziamento-di-serie-c_ddf1cbfe-4e36-4d41-8621-4efe3b7be69a.html

Bain & Company (Outlook 2026): Maturazione delle scale-up tecnologiche e dinamiche del Growth Capital in Europa. – https://www.bain.com/insights/topics/global-private-equity-report/

Bending Spoons Investor Relations (2025): Strategic Acquisitions Report: Integration of AOL and Vimeo assets. – https://bendingspoons.com/

CDP Venture Capital SGR (Report Annuale 2025): Focus sugli investimenti strategici in tecnologie di frontiera e grandi round di scale-up. – https://www.cdpventurecapital.it/

Crunchbase / PitchBook Data (2022-2025): Analisi storica dei round di finanziamento e della capitalizzazione di Bending Spoons S.p.A. – https://www.crunchbase.com/organization/bending-spoons

D-Orbit Investor Relations (2025): Closing of Series C Funding and Strategic Partnership with Marubeni Corporation. – https://www.marubeni.com/en/news/2023/release/00111.html

ESPI – European Space Policy Institute (2025): Report on European Space Tech competitiveness and the role of Orbital Edge AI. – https://www.espi.or.at/

European Investment Bank – EIB (2025): Financing the European Space Tech: Case studies of industrial leadership. https://www.eib.org/

EY Barometro Venture Capital (2025): Analisi dei mega-deal e della penetrazione dei capitali esteri nell’ecosistema italiano. – https://www.innlifes.com/business/ey-venture-capital-barometer/

Financial Times / Il Sole 24 Ore (Ottobre 2025): Bending Spoons hits $11bn valuation: The rise of Italy’s first decacorn. – https://www.ilsole24ore.com/

United Ventures (2025): Investing in the Future of Space Logistics: Insights from the D-Orbit Series C. – https://unitedventures.com/

ARTICOLO A CURA DI

Alessio Agosta

Associato Area Consulenza Strategica

Gaetano Laudiero

Associato Area Consulenza Strategica

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